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Martina mi guardava. Il mento appuntito premuto sul petto da bambina, la frangetta corvina calata come un sipario sui suoi occhi stretti stretti, da orientale, imploranti aiuto. Sepolte da metri e metri di stoffa nera, le dita delle mani, di un candore inaudito, si intrecciavano e si stringevano forte. Io non riuscivo a distogliere il mio sguardo dalle sue labbra sottili. Dio, quanto la desideravo. Ci nascondevamo spesso assieme, io e Martina, ed io, da ragazzino, col mio corpo premuto contro il suo, a cibarmi di tutto il calore che emanava, ero pervaso da un qualcosa a cui non sapevo ancora dare un nome, inebriato dalla paura di poter essere scoperto da un momento all’altro e non avere alcuna via di scampo, a causa della mia lentezza, eccitato dall’eccessiva vicinanza alla sua pelle eburnea, ai suoi piccoli seni rotondi che spuntavano dalle magliette larghe, a quel viso che raccontava di terre mai esistite. Passavamo giornate intere, Martina ed io, a camminare sulla spiaggia, per chilometri, fino a trovare punti abbastanza celati da spogliarci delle nostre vesti e far esplodere le nostre maledizioni. Davanti alla sua depressione, la mia, figlia di una inadeguatezza mai fugata, si rabboniva, diventava piccola e quieta. Da bambino quale ero, appesantito da una timidezza sconsiderata e da un paio di occhiali rotondi un po’ troppo grandi per la mia faccia, solo una volta ebbi il coraggio di gridarle quello che sentivo, con una tenerissima approssimazione, bambina anch’essa. Lo feci mentre mi dava le spalle, andando via. Non mi sentì. Ed io non ebbi il coraggio di ripeterlo. Come si fa a spiegare una cosa che non si conosce? E quand’è che si inizia a convincersi di conoscerla? Crescendo, diventammo altre persone, e altre, e poi altre ancora. Le mie ossa si allungarono, le sue iniziarono ad affiorare spingendo contro la sua pelle, sempre più bianca. Sul mio viso comparvero i primi peli, sul suo due solchi neri perenni sotto gli occhi tristi. Ormai andavamo in spiaggia sempre più raramente, e se prima riuscivamo a rimanere incantati dalle onde del mare, dai riflessi che la luce creava sbattendo su di esso, ora, come due fuggiaschi, trovavamo riparo sulla sabbia per fumare una sigaretta. La melanconia infantile era scomparsa, strappata via alla terra dalla risacca del mare, rimpiazzata dall’altezzosità giovanile, quello specchio deformante che ingigantisce e rende tanto più invincibili quanto più fragili. In quegli anni la baciai. Il primo ed unico bacio. Lei aveva scoperto cosa volesse dire essere donna, ed aveva dato un nome a quella mia frenesia prima ancora che glielo potessi dare io. Fu così che, stesi sulla sabbia, con i piedi in balia del mare, gettammo nell’acqua l’ultimo scampolo di purezza e ci preparammo a vivere nel mondo.
Approfondimenti Soap & Skin, Lovetune For Vacuum, 2009.
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