piccola fiaba
literature - sparks & fragments
Scritto da Odradek   
Lunedì 11 Gennaio 2010 23:45
Non da sempre l’uomo su questa terra ha avuto il dono della parola; e fino a quel momento Madre Terra si beava nel riempirsi le orecchie solamente del proprio suono, una dolcissima melodia composta da migliaia di canti delle sue piccole creature, alle quali l’uomo apparteneva e si accomunava armoniosamente nell’alternarsi del sole e della luna.
Ma l’uomo, come tutti sanno, è diverso dagli altri animali della Terra. Certo, anch’egli come loro provava paura, ma, forse per il suo precario equilibrio, dovuto allo scarno appoggio che i soli arti inferiori gli garantivano, o forse per la scarsa protezione che la sua pelliccia, corta e rada, non gli garantiva, esponendo in tal modo la delicata pelle alle intemperie, o per chissà quale altro motivo, dicevamo, egli sentiva ancora più distintamente questo sentimento.
Così, arrivò il giorno in cui egli si convinse che dare un nome a tutto quello che aveva intorno gli avrebbe dato quell’equilibrio che la sua postura gli negava, e nel contempo avrebbe provato quel senso di protezione che il freddo sulla sua pelle nuda non gli aveva mai fatto conoscere. Proprio così. L’uomo cercò di combattere quell’atavico istinto che lo accompagnava da quando aveva iniziato a camminare sull’umida terra.
In principio, non esistendo al mondo la parola, ed essendo la vita dell’uomo semplice ed umile, scevra da ogni orpello o guarnizione, egli si limitò ad osservare ciò che gli stava intorno e a chiamarlo brevemente. Decise che quella che stava sotto i suoi piedi, così fresca e nera e fertile, era la terra, e tutto quello che non era come la terra, che sembrava ci si appoggiasse sopra ma con una leggerezza straordinaria, era il cielo; poi osservò il cielo quando era ancora azzurro, e vide quello che chiamò il sole. Stette a sedere per molto tempo, fino a che il cielo non divenne nero, e il sole sparì nella terra, lasciando il posto ad un altro cerchio nel cielo. Ma questo apparve ai suoi occhi più delicato, più dolce. Di un pallore che lo faceva sembrare così fragile, pronto a dissolversi da un momento all’altro. L’uomo, sempre più risoluto nella sua impresa, chiamò quel cerchio Luna.
Continuò così per molto tempo, donando un nome a tutto quello che poteva vedere, sentire, toccare, gustare, odorare. Continuò così e diede un nome a tutto ciò che egli poteva capire. Tutto il resto lo chiamò con un’unica parola. Tutto il resto lo chiamò Dio.
Ma la paura, si sa, è vanitosa, e non si lascia ignorare. Come una donna, si incunea sinuosa nel cuore e nella mente dell’uomo e si aggrappa forte con le unghie, fino a lasciare segni indelebili cosicché, anche quando pare essere andata via per sempre, essa invece è un tutt’uno con l’animo umano, e pulsa al pulsare del cuore, e pulsa al pulsare della mente.
Così, l’uomo, dimentico ormai del motivo principe del suo lavoro, continuò senza sosta nel suo intento. E, avendo ormai finito le parole brevi per tutte le cose semplici che aveva incontrato lungo il suo cammino, dovette inventarne altre più lunghe, e più si affaticava a cercare un motivo nelle cose, e più le cose stesse erano lontane dal farsi catturare dalla sua comprensione, più le parole si facevano lunghe e difficili da pronunciare.
Finì che al mondo comparirono così tante parole che esse, poco alla volta, perdettero sempre di più il loro senso, incapaci di ricordare il perché della loro esistenza. Finì che l’uomo, perso ormai nella sua convinzione, volgendo gli occhi in alto, credette che il sole era sempre stato il sole, e la luna la luna, e si disse che tutto ciò gli era dovuto, e non si curò più di loro.
 

Approfondimenti

Rainer Maria Rilke, Storie del buon Dio, 1889,

Frédéric Chopin, Notturno Op.9 no.2, 1830-1832.

 

 
 
 

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