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Scritto da tito
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Domenica 29 Agosto 2010 00:14 |
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Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell’estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c’è un piccolo e insignificante sole giallo. A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c’è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro-verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un’ottima invenzione. Questo pianeta ha, o meglio aveva, un fondamentale problema: la maggior parte dei suoi abitanti era afflitta da una quasi costante infelicità. Per risolvere il problema di questa infelicità furono suggerite varie proposte, ma queste perlopiù concernevano lo scambio continuo di pezzetti di carta verde, un fatto indubbiamente strano, visto che a essere infelici non erano i pezzetti di carta verde, ma gli abitanti del pianeta. E così il problema restava inalterato: quasi tutti si sentivano tristi e infelici, perfino quelli che avevano gli orologi digitali. Erano sempre di più quelli che pensavano che fosse stato un grosso errore smettere di essere scimmie e abbandonare per sempre gli alberi. E c’erano alcuni che arrivavano a pensare che fosse stato un errore perfino emigrare nella foresta, e che in realtà gli antenati sarebbero dovuti rimanere negli oceani. E poi, un certo giovedì, quasi duemila anni dopo che un uomo era stato inchiodato a un palo per aver detto che sarebbe stato molto bello cambiare il modo di vivere e cominciare a volersi bene gli uni con gli altri, una ragazza seduta da sola a un piccolo caffè di Rickmansworth capì d’un tratto cos’era che per tutto quel tempo non era andato per il verso giusto, e finalmente comprese in che modo il mondo sarebbe potuto diventare un luogo di felicità. Questa volta la soluzione era quella giusta, non poteva non funzionare, e nessuno sarebbe stato inchiodato ad alcunché. Purtroppo però, prima che la ragazza riuscisse a raggiungere un telefono per comunicare a qualcuno la sua idea, successe una stupida quanto terribile catastrofe, e di quell’idea non si seppe mai più nulla. Questa non è la storia della ragazza. È la storia di quella stupida quanto terribile catastrofe, e di alcune delle sue conseguenze. È anche la storia di un libro, un libro intitolato Guida galattica per gli autostoppisti, un libro non terrestre e mai pubblicato sulla Terra, e che, fino al momento della terribile catastrofe, era completamente ignorato dai terrestri. Tuttavia, si trattava di un libro notevolissimo. In effetti, era probabilmente il libro più notevole che fosse mai stato stampato dalla grande casa editrice dell’Orsa Minore, della quale pure nessun terrestre aveva mai sentito parlare. Ma non è soltanto un libro notevolissimo, è anche un libro di enorme successo, più popolare di Costruitevi la seconda casa in Cielo, più venduto di Altre 53 cose da fare a Gravità Zero, e più controverso della trilogia filosofico-sensazionale di Oolon Colluphid, Anche Dio può sbagliare, Altri grossi sbagli di Dio e Ma questo Dio, insomma, chi è? In molte delle civiltà meno formaliste dell’Orlo Esterno Est della Galassia, la Guida galattica per gli autostoppisti ha già soppiantato la grande Enciclopedia galattica, diventando la depositaria di tutto il sapere e di tutta la scienza, perché nonostante presenti molte lacune e contenga molte notizie spurie, o se non altro alquanto imprecise, ha due importanti vantaggi rispetto alla più vecchia e più accademica Enciclopedia. Uno, costa un po’ meno; due, ha stampato in copertina, a grandi caratteri che ispirano fiducia, le parole NON FATEVI PRENDERE DAL PANICO. Ma la storia di quel terribile, stupido giovedì, la storia delle sue straordinarie conseguenze, e la storia di come quelle conseguenze siano indissolubilmente legate al detto libro, comincia in modo molto semplice. Comincia da una certa casa. Approfondimenti Douglas Adams, Guida Galattica Per Gli Autostoppisti, 1979. Garth Jennings, Guida Galattica Per Autostoppisti, 2005. The Knife, Silent Shout, 2006.
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Ultimo aggiornamento Giovedì 02 Settembre 2010 18:45 |
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La vita secondo Trevor
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Scritto da tito
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Giovedì 12 Agosto 2010 00:05 |
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- Sto arenando nei ricordi senza vivere il presente. Sto affilando le lame del mio dolore, le lame con le quali mi infliggo punizioni bramate e insopportabili. Aspetto invano l’alba di un nuovo giorno che non accenna ad arrivare. Mi sto spegnendo, lentamente e senza preavviso. Sono ridotto davvero male. Illusioni mi tengono ancora in vita. Illusioni di una vita fuori dall’anonimato. Sono invisibile, invisibile agli occhi di chi invece dovrebbe accorgersi di me, saltarmi addosso, investirmi di energia. Sono disilluso. Nulla più mi scalfisce. Sono come un albero che, sferzato dalla bufera, risponde con sufficienza allo strattonamento, immobile e infastidito. A dire il vero, in questo preciso istante, un albero è molto più vivo e vispo di quanto lo sia io. Sangue a fiotti dovrebbe sgorgare dalle mie vene. Sangue misto a bile che gocciola sulla polvere e il terreno. Così vorrei vedermi, dissipare, esalare, essiccare al sole. Vorrei vedere la mia pelle scorticarsi, distaccarsi, cadere a strati di pellicola finissima e fragile, trasparente ai raggi luminosi. Vorrei vedere i miei occhi e le mie labbra spaccarsi come sterco vecchio che si sgretola sotto il passo della bestia stanca e assonnata. Occhi che non hanno visto e non vogliono vedere meritano l’oblio. Labbra che non hanno assaporato il vero succo della vita meritano solo l’arsura e la fine. Sono davvero ridotto male. Vorrei eclissarmi, sparire da questa realtà e ritrovarmi in un’altra da perfetto sconosciuto, da straniero venuto da lontano carico di mistero e sensualità. Invece ogni giorno mi risveglio e trovo questo cadavere ambulante costretto a vivere una quotidianità soffocante, castrante, priva di effimeri entusiasmi. Che brutta piega sta prendendo tutto ciò… Avrei bisogno di allontanarmi dalle persone che mi amano, quelle che ho già spremuto a sufficienza e che non hanno più linfa da darmi, e dalle certezze. Avrei bisogno di azzardare nuove prospettive, scommettere su nuove possibilità, perdermi nella folla dall’odore acre e lasciarmi trascinare da essa nel caleidoscopico turbinio dell’esistenza altra. Sarei perfetto come giullare, saltimbanco, buffone di corte, cantastorie. Austero come un druido, tracotante di gioia come un trapezista ubriaco sul filo del rischio, sul punto del non ritorno, sul bivio. Note di violino e sassofono accompagnerebbero il mio vagare trasognato, il mio altalenante andamento da storpio claudicante, la mia provvisorietà da lavatore di vetri. Bettole e motel sarebbero la mia dimora da nomade in cerca di piaceri e solitudine e appagamento. La fame da disperato si fa sempre più mordace, mi stringe in una morsa straziante che mi blocca il respiro e l’ispirazione. I miei minuti di felicità si riducono ad estemporanee e vane sorsate di caffè, consolatorie e fasulle nella loro inconsistenza. Una botte di rovere dovrebbe essere la mia testa dove il mosto dei miei pensieri continua a macerare e a mescolarsi fino alla maturazione, fino alla nausea. Uno zampillare rosso rubino dovrebbero essere le mie idee ma tutto è cristallizzato nell’aceto e nell’impotenza, aceto che brucia e dissipa le ferite, impotenza che paralizza i gesti e congela lo spirito. Vorrei almeno piangere, giusto per mondare l’amarezza e dare espressività ai tratti ormai lerci del mio volto spento. Ma nulla, non riesco nemmeno a piangere. Qualsiasi tipo di consolazione o rifugio mi è negato, condannato all’inedia eterna e senza motivo. Di magnolia e glicini in fiore vorrei che fossero i miei atti, ardesia e ossidiana la mia tempra, il mio carattere. E invece sono solo una spiga arida e arsa ancorata al grigio asfalto ai margini di un’autostrada percorsa da migliaia di famiglie in corsa per il week end al mare con figli insopportabili e matrimoni al paradosso. Il tracollo della modernità e io nel mezzo, privato anche della gioia di essere per lo meno calpestato. - Così pensava Trevor, seduto al tavolo del Burger King tra la Centoduesima e Stark Street, non molto lontano da casa, mentre mangiava patatine che sapevano di legno e sorseggiava rumorosamente un frullato alla vaniglia, in attesa di un non meglio identificato panino. In attesa. Come sempre. Quel girovagare aurorale e l’aria del nuovo giorno gli avevano messo un certo appetito. Pensava alla notte appena trascorsa, la prima della sua giovane vita passata fuori, a fissare la volta celeste invece del solito soffitto della sua solita stanza, a perdersi per strada in preda all’eccitazione invece che nell’angusto corridoio che separava il suo letto dalla cucina e dal frigo, nelle sere d’insonnia. Pensava a quella donna, Ana, e alle sue parole. E pensava a quell’altra donna, quella vista in sogno, priva di volto. Soffiando con la cannuccia a strisce verticali rosse e bianche sulla superficie schiumosa del suo frullato, si chiedeva quale sarebbe stato l’equipaggiamento adatto per quel radicale cambiamento che gli era stato predetto e come non farsi cogliere impreparato per quando sarebbe giunto. Voleva procacciarsi delle occasioni di svago, degli innocui surrogati di felicità, dei tentativi di farsi del bene. Ecco cosa avrebbe dovuto assolutamente avere: un paio di occhiali scuri, una carta geografica del mondo da appendere in camera, magari di fronte al letto, taccuino e matita in quantità tali da svuotare l’intero reparto cancelleria di un grande magazzino e il biglietto per un concerto. Occhiali scuri, per nutrire la sua vanità da sociopatico che lo conduceva, tra le altre cose, a credere di essere diventato fotofobico; cartina geografica, per alimentare i voli pindarici della sua mente; carta e penna, per coltivare le sue aspirazioni e sfogare le sue frustrazioni; biglietto, per accrescere il suo spirito, magari sudando un po’, stordendosi con della buona musica, strusciandosi, ubriaco, timidamente, a qualche ragazzina dall’aria allucinata e sfatta. Dei diversivi, tutto sommato. Dei modi per procurarsi cose da raccontare in seguito. Una lista di acquisti da fare per farsi del bene. Quel panino e tanta amarezza per farsi del male. Trevor si chiedeva se le due cose, farsi del bene e farsi del male, non fossero, in realtà, la stessa cosa. Le due facce della stessa medaglia. Farsi l’uno, significava farsi inevitabilmente anche l’altro. Non lo sapeva con certezza. Gli sembrava comunque di sì. Inesorabilmente. Oltre a quell’elenco di cose, una nuova e ingiustificata fede negli ideali si aggiungeva ai suoi bisogni. Gli era venuta un paio di sere prima, dalla visione di un film in cui i dannati ideali erano i veri protagonisti. Trevor non sapeva se crederci oppure no. A volte sembravano così fittizi, altre volte così indispensabili. Comunque il film gli era piaciuto. Ne aveva ricavato anche un insegnamento. Un monito in celluloide. L’insegnamento era che per scrivere grandi cose, bisognava aver fatto grandi cose. Questa nuova, lapidaria frase scolpita nel cervello lo dilettava. La trovava allettante. E poi, in quella stagione, le stelle sarebbero state dalla sua parte. Congiunzioni astrali e stupidaggini del genere. Ora però era solo e sudato. La scrittura si faceva sempre più nervosa. Era stupefacente vedere come i movimenti della mano componessero le parole che scriveva in quell’istante e in tutti gli altri che sarebbero venuti. Era stanco. Di quella stanchezza atavica, interstiziale, microscopica. Era svogliato, gli procurava noia anche solo fare la punta a quella matita, ormai ammorbidita dai troppi sfoghi e mai ravvivata da scalpitanti novità o colpi di temperino. Era ormai anch’essa arrotondata, smussata, monotona. E Trevor odiava tutto ciò che fosse privo di spigoli, di punte, di punti di discontinuità, nei quali risiedeva il segreto delle cose. Jim Morrison a 21 anni scriveva Light My Fire. Trevor a 21 anni scriveva il necrologio di tempi che non furono e che mai sarebbero stati. Mancato spettatore della sua stessa vita, colui che nei titoli di coda viene presentato con la formula della partecipazione straordinaria e non da protagonista. Ospite illustre sì, ma mai il padrone di casa. Ma forse non si stava perdendo nulla. Anzi, sicuramente. C’era di tutto, tranne lo spettacolo. Eccola Light My Fire. Appena partita da quel juke box in lontananza. Trevor li odiava tutti. Odiava tutti quei fottuti geni. Si aggrappava ad illusioni perdute. Le sue illusioni perdute. Vedeva sempre meno, sempre peggio. Viveva in giorni che non sentiva suoi. La pace gli mancava. La soddisfazione gli mancava. Tutto il resto, pure. La soluzione sarebbe stata un pezzetto di piombo che gli trapassasse il cervello da orecchio a orecchio. Spappolando la materia grigia e le angosce che lo soffocavano come un muco vischioso in gola. Camminare sotto il sole. Sotto la pioggia. Sotto gli sguardi torvi ed arcigni di persone torve ed arcigne. Non bastavano di certo un petto villoso, una giacca abbottonata all’ombelico o un’aria decadente a fare di lui un eroe, nelle sue fantasiose visioni di se stesso. Anzi, lo gettavano ancora di più nell’ombra dello scherno. E la cosa peggiore era che continuava ad illudersi. Cercava ancora quello spiraglio che, invece, sordo e crudele, si allontanava. A dirla tutta, stava buttando via la sua esistenza. Un succedersi di giorni a perdere, raggelato nell’impossibilità di cambiare il corso delle cose. E tutto intorno a lui dava l’impressione di implodere, di collassare. E doveva ancora temperare quella dannata matita. I suoi occhi saltavano dal pavimento unto, a piastrelle quadrate, bianche e nere, bianche e nere, a formare una scacchiera infinita che gli metteva un senso di vertigine, alle scorticature sulla finta pelle rosso acceso che ricopriva l’imbottitura dello sgabello accanto al suo, vuoto, con qualche bruciatura di sigaretta ai lati, sulle cuciture. Intanto una patatina tirava l’altra. Ma più per stanchezza che per appetito. Per occupare le mandibole. Per tenere occupato il cervello. Per sfamare le mandibole del cervello che premevano come tenaglie. Cercava di isolarsi attraverso la musica. Trevor era solito mangiare con la musica dritta ai timpani ma questa volta era diverso. La gente, ai tavoli, al bancone, alle casse, lo scrutava mentre scriveva, con quella mollezza addosso. E a questo non era abituato. Essere osservato lo metteva a disagio. Guardava l’orologio. Come sempre. Ne era ossessionato. Era stanco e aveva fretta. Doveva avere fretta. Altrimenti non sapeva cos’altro fare. Poi un’altra patatina. La matita scivolava tra le dita unte. Olio e grafite. Peccato non fosse una tela. Peccato non fosse un’opera d’arte. Tutt’intorno, volti stranieri. E tutti, presumibilmente, a farsi del male. Volontariamente. La bruma della bibita cercava di colare su quei fogli per sfinimento, per quella strana legge della fisica che obbliga al suolo tutto e tutti. Ma Trevor glielo impediva. La partenza era prevista per il mese successivo. La destinazione era l’ulteriore, illusoria speranza, Seattle. Una goccia di Coca Cola aveva appena macchiato una pagina della sua vita. Il risultato sulla carta era una forma dai contorni nitidi e dalla superficie un po’ ricurva. Non come lui, indistinto e spigoloso. Aspettava. Aspettava che il suo stomaco si piegasse in due dal ribrezzo, dall’inappetenza, dal disgusto verso le emozioni, pronto a vomitare tutto, il passato, il presente, il futuro, tutto terribilmente uguale al presente. Si stava preparando ad evacuare l’anima. Aspettava solo di trovare il coraggio per partire con il conto alla rovescia. Approfondimenti Mad Season, Wake Up, 1995. Sean Penn, Into The Wild, 2007. Edward Hopper, Nighthawks, 1942.
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Ultimo aggiornamento Venerdì 13 Agosto 2010 00:44 |
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Scritto da Odradek
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Lunedì 01 Febbraio 2010 23:54 |
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Martina mi guardava. Il mento appuntito premuto sul petto da bambina, la frangetta corvina calata come un sipario sui suoi occhi stretti stretti, da orientale, imploranti aiuto. Sepolte da metri e metri di stoffa nera, le dita delle mani, di un candore inaudito, si intrecciavano e si stringevano forte. Io non riuscivo a distogliere il mio sguardo dalle sue labbra sottili. Dio, quanto la desideravo. Ci nascondevamo spesso assieme, io e Martina, ed io, da ragazzino, col mio corpo premuto contro il suo, a cibarmi di tutto il calore che emanava, ero pervaso da un qualcosa a cui non sapevo ancora dare un nome, inebriato dalla paura di poter essere scoperto da un momento all’altro e non avere alcuna via di scampo, a causa della mia lentezza, eccitato dall’eccessiva vicinanza alla sua pelle eburnea, ai suoi piccoli seni rotondi che spuntavano dalle magliette larghe, a quel viso che raccontava di terre mai esistite. Passavamo giornate intere, Martina ed io, a camminare sulla spiaggia, per chilometri, fino a trovare punti abbastanza celati da spogliarci delle nostre vesti e far esplodere le nostre maledizioni. Davanti alla sua depressione, la mia, figlia di una inadeguatezza mai fugata, si rabboniva, diventava piccola e quieta. Da bambino quale ero, appesantito da una timidezza sconsiderata e da un paio di occhiali rotondi un po’ troppo grandi per la mia faccia, solo una volta ebbi il coraggio di gridarle quello che sentivo, con una tenerissima approssimazione, bambina anch’essa. Lo feci mentre mi dava le spalle, andando via. Non mi sentì. Ed io non ebbi il coraggio di ripeterlo. Come si fa a spiegare una cosa che non si conosce? E quand’è che si inizia a convincersi di conoscerla? Crescendo, diventammo altre persone, e altre, e poi altre ancora. Le mie ossa si allungarono, le sue iniziarono ad affiorare spingendo contro la sua pelle, sempre più bianca. Sul mio viso comparvero i primi peli, sul suo due solchi neri perenni sotto gli occhi tristi. Ormai andavamo in spiaggia sempre più raramente, e se prima riuscivamo a rimanere incantati dalle onde del mare, dai riflessi che la luce creava sbattendo su di esso, ora, come due fuggiaschi, trovavamo riparo sulla sabbia per fumare una sigaretta. La melanconia infantile era scomparsa, strappata via alla terra dalla risacca del mare, rimpiazzata dall’altezzosità giovanile, quello specchio deformante che ingigantisce e rende tanto più invincibili quanto più fragili. In quegli anni la baciai. Il primo ed unico bacio. Lei aveva scoperto cosa volesse dire essere donna, ed aveva dato un nome a quella mia frenesia prima ancora che glielo potessi dare io. Fu così che, stesi sulla sabbia, con i piedi in balia del mare, gettammo nell’acqua l’ultimo scampolo di purezza e ci preparammo a vivere nel mondo.
Approfondimenti Soap & Skin, Lovetune For Vacuum, 2009.
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Scritto da Odradek
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Lunedì 11 Gennaio 2010 23:45 |
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Non da sempre l’uomo su questa terra ha avuto il dono della parola; e fino a quel momento Madre Terra si beava nel riempirsi le orecchie solamente del proprio suono, una dolcissima melodia composta da migliaia di canti delle sue piccole creature, alle quali l’uomo apparteneva e si accomunava armoniosamente nell’alternarsi del sole e della luna. Ma l’uomo, come tutti sanno, è diverso dagli altri animali della Terra. Certo, anch’egli come loro provava paura, ma, forse per il suo precario equilibrio, dovuto allo scarno appoggio che i soli arti inferiori gli garantivano, o forse per la scarsa protezione che la sua pelliccia, corta e rada, non gli garantiva, esponendo in tal modo la delicata pelle alle intemperie, o per chissà quale altro motivo, dicevamo, egli sentiva ancora più distintamente questo sentimento. Così, arrivò il giorno in cui egli si convinse che dare un nome a tutto quello che aveva intorno gli avrebbe dato quell’equilibrio che la sua postura gli negava, e nel contempo avrebbe provato quel senso di protezione che il freddo sulla sua pelle nuda non gli aveva mai fatto conoscere. Proprio così. L’uomo cercò di combattere quell’atavico istinto che lo accompagnava da quando aveva iniziato a camminare sull’umida terra. In principio, non esistendo al mondo la parola, ed essendo la vita dell’uomo semplice ed umile, scevra da ogni orpello o guarnizione, egli si limitò ad osservare ciò che gli stava intorno e a chiamarlo brevemente. Decise che quella che stava sotto i suoi piedi, così fresca e nera e fertile, era la terra, e tutto quello che non era come la terra, che sembrava ci si appoggiasse sopra ma con una leggerezza straordinaria, era il cielo; poi osservò il cielo quando era ancora azzurro, e vide quello che chiamò il sole. Stette a sedere per molto tempo, fino a che il cielo non divenne nero, e il sole sparì nella terra, lasciando il posto ad un altro cerchio nel cielo. Ma questo apparve ai suoi occhi più delicato, più dolce. Di un pallore che lo faceva sembrare così fragile, pronto a dissolversi da un momento all’altro. L’uomo, sempre più risoluto nella sua impresa, chiamò quel cerchio Luna. Continuò così per molto tempo, donando un nome a tutto quello che poteva vedere, sentire, toccare, gustare, odorare. Continuò così e diede un nome a tutto ciò che egli poteva capire. Tutto il resto lo chiamò con un’unica parola. Tutto il resto lo chiamò Dio. Ma la paura, si sa, è vanitosa, e non si lascia ignorare. Come una donna, si incunea sinuosa nel cuore e nella mente dell’uomo e si aggrappa forte con le unghie, fino a lasciare segni indelebili cosicché, anche quando pare essere andata via per sempre, essa invece è un tutt’uno con l’animo umano, e pulsa al pulsare del cuore, e pulsa al pulsare della mente. Così, l’uomo, dimentico ormai del motivo principe del suo lavoro, continuò senza sosta nel suo intento. E, avendo ormai finito le parole brevi per tutte le cose semplici che aveva incontrato lungo il suo cammino, dovette inventarne altre più lunghe, e più si affaticava a cercare un motivo nelle cose, e più le cose stesse erano lontane dal farsi catturare dalla sua comprensione, più le parole si facevano lunghe e difficili da pronunciare. Finì che al mondo comparirono così tante parole che esse, poco alla volta, perdettero sempre di più il loro senso, incapaci di ricordare il perché della loro esistenza. Finì che l’uomo, perso ormai nella sua convinzione, volgendo gli occhi in alto, credette che il sole era sempre stato il sole, e la luna la luna, e si disse che tutto ciò gli era dovuto, e non si curò più di loro. Approfondimenti Rainer Maria Rilke, Storie del buon Dio, 1889, Frédéric Chopin, Notturno Op.9 no.2, 1830-1832.
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Scritto da Odradek
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Giovedì 07 Gennaio 2010 20:52 |
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Questa città mi rende violento Appena scendo dal treno, appena metto piede sulla banchina. Appena scanso un tassista abusivo per dirigermi verso uno con la licenza, ma strozzino. Un ragazzetto, come me. Mi fa mille domande, come se il suo mestiere non fosse guidare, come se fosse un poliziotto.
Dadovevienichecosafaiequantiannihaiedovestudiedovelavoridaquantoseiquaseifidanzatoenonhaimaitraditoeblablabla.
Io invento. Do false informazioni.
Oggi sono toscano. Di Arezzo. Bella città, piccola, ma bella. Tranquilla, senza traffico, certo, mica come qua, no, non riuscirei proprio a guidare, in questa città. Guarda che caos. Guarda quello, supera a destra. Ma nessuno fa niente qua? Ride. Rido. Lo so, non si sente l’accento. Ma mio padre è russo e mia madre piemontese di origini calabresi. A casa mia non si sapeva cosa parlare. Poi ci siamo trasferiti là che ormai ero grande. Si, no, sono qua per lavoro, una convention importante. Sono rappresentante di simpatiche statuine in peltro a forma di cornucopia. Gran bel lavoro. Sai, sono in odore di promozione. Anzi, ne vuoi una? Ne ho giusto cento nella valigia. Saranno il pezzo forte del meeting. Starò per una settimana, no, non è la prima volta che vengo qua, è una bella città, certo. E si, anche le donne, belle, le più belle della nazione. Ma no, io no, quando vengo qua no che non ci provo. Si, certo, sono fidanzato. Non l’ho mai tradito. Si, si, ho detto tradito. Sono gay. Mmm. Qualche problema? No, sai, è facile sentirsi a disagio, lo capisco. No che non ti dico come funziona a letto. A meno che tu non paghi me. In ogni caso, lasciami qua, grazie. Quant’è? A piacere. Cosa vorrà dire a piacere, poi? Mica è una mancia. Boh. Facciamo quindici. No? Perché mi guardi così? Diciassette? Neanche. Cazzo, sono un rappresentante di simpatiche statuine in peltro a forma di cornucopia, mica Berlusconi. Io sto dall’altra parte della base della statuina, amico. Tieni, sono venti.
Sei un signore. Tu non hai minimamente idea di cosa voglia dire essere un signore, pezzo di merda.
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Ultimo aggiornamento Giovedì 07 Gennaio 2010 20:55 |
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La vita secondo Trevor
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Scritto da tito
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Giovedì 30 Luglio 2009 15:07 |
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Fu fuori in un attimo. I vestiti si appiccicarono addosso a quel corpo scheletrico che, ancora bagnato della doccia e del pianto, vagava nella notte, una notte fonda di luglio. Fu proprio quella notte, o forse era già primo mattino, che Ana, così disse di chiamarsi, predisse a Trevor che ad un certo punto della sua vita, avrebbe abbandonato la ragione per rincorrere se stesso. Trevor la scorse all’improvviso, sentì i suoi occhi penetranti puntati addosso e si voltò di scatto. Si ritrovò alla sua sinistra una donna piccola, minuta. Una folta capigliatura ramata le contornava il volto, cadendo su un collo lungo e su delle gracili spalle. Era consumata di sole e, per questo, non sembrava affatto essere di quelle parti. A dire il vero non sembrava essere nemmeno americana. Lei gli parlava di quello che sarebbe stato un giorno nel mondo, di un tempo che Trevor aveva fretta di afferrare, di uno spazio che aveva fretta di dominare. Lui guardava quella cupa fessura che era la sua bocca proferire quelle parole, scandite a malapena in un sillabare impastato che rivelava un accento spagnolo da Sud America e qualche dente d’oro qua e là da zingara. La continua ricerca, quella sarebbe stata la giusta ricompensa all’essere perfetto e famelico, bramoso e impertinente, acuto e irrompente del ragazzino americano, disse Ana, con le lacrime agli occhi per l’atmosfera estatica della divinazione e per le zaffate al doppio malto che provenivano dalla sua bocca e dal lastricato sotto i suoi piedi. Ana volle leggergli la mano. Trevor non ebbe la forza di sottrarsi a quella richiesta, sebbene la cosa lo spaventasse alquanto. Per lui sarebbe stato come sentirsi trafugare momenti di vita vissuta, rubarne le immagini, i contorni. Come se qualcuno aprisse sotto i suoi occhi carichi di rabbia la sua scatola dei ricordi, quei ricordi talmente preziosi da essere serbati come perle rarissime. Poi, d’istinto, tese il braccio, esile, che mostrava evidenti le sue vene, con il sangue che pompava sempre più forte, segno di una irrefrenabile quanto immotivata agitazione. In quell’aria afosa e nei mille rivoli di liquami urbani che si disperdevano in pozze schiumose e stagnanti, Ana riconobbe, sospesi sulle linee della sua mano ferma, tutti i possibili riferimenti al futuro del ragazzo. L’Europa, l’intelligenza, l’alcol, la poesia, i progetti, le linee, la profondità, i solchi, il cambiamento, l’erotismo, le note, la pioggia, il fumo, le luci, la penombra. E poi ancora le parole, la fame, i vinili, la provvisorietà, l’appartenenza, le risate, l’alba, gli incontri fatali. Questo era ciò che la zingara ubriaca vedeva. E tutto disposto secondo un ordine sparso, tutto contemporaneamente partecipe della rivelazione imminente. Nei discorsi fatti, nei gesti compiuti, negli incontri a lungo e casualmente ricercati che leggeva dalla mano di Trevor, lei non scorgeva altro che il preludio della sua magnificenza mista a birra e a cibo esotico mangiato con le mani. Trevor, ora con la testa tra le gambe per meglio sopportare l’impatto con quel rincuorante blaterare, osservando meticolosamente le croste di sangue rappreso sulle sue ossute ginocchia sbucciate, testimonianze fin troppo chiare delle tante cadute in bicicletta, pensò che molto probabilmente, negli ultimi tempi, e cioè da quando era nato, stesse svendendo la sua intelligenza per un po’ di felicità surrogata. O almeno così gli sembrava di capire. Stava volontariamente abbassando il suo livello di intrattenimento. Forse perché solo a livelli bassi, addirittura infimi, poteva competere e trovare sfogo. Le sfere alte dell’intelletto lo avevano ripudiato. O forse era lui a tenersi a debita distanza per codardia o per accidia. Non stava esattamente bene, né era soddisfatto di quanto gli accadeva. Un po’ perché gli accadeva ben poco, un po’ perché l’inutilità ormai lo dominava e la stanchezza lo inchiodava al muro. Un sorriso, un po’ di considerazione, un bicchiere di whisky, bastavano a confondere la vacuità con l’appagamento. Bisognava essere interessanti per vivere cose interessanti. Bisognava essere interessanti per circondarsi di persone interessanti. Questi rimproveri sbattevano di continuo contro le pareti sorde del suo cervello come biglie impazzite in un flipper andato in tilt per eccesso di veemenza. A tirar le somme, il risultato era quantomeno avvilente. Ma le parole della donna seduta accanto a lui, gli diedero nuovo vigore, distogliendolo dal meticoloso studio dei buchi neri nelle sue scarpe di tela verde mimetico. D’un tratto, in un impeto di eccitazione, pensò che la fisicità fosse il giusto metodo, il pensiero il giusto metro. Parole ricercate a descrivere l’utilità e la forza di quanto stava facendo allora e di quanto stesse vivendo in quegli ultimi tempi. Parole che plasmavano concetti, che si combinavano in sensazioni, che scandivano rapporti. E tutto ciò avrebbe avuto come epilogo la sua vittoria, la piena realizzazione del suo essere. A patto di stare lontano anni luce da quel morbo che stampava sorrisi ebeti sulla faccia, quel virus dello spirito che l’uomo comune definiva felicità. Questo fu il monito della donna, il suo lapidario avvertimento. La felicità rendeva ottusi, distraeva dalle cose importanti. Non mostrava la realtà per quello che era. Faceva smettere di interrogarsi su se stessi, sul proprio volere, su quello che si voleva essere. Faceva smettere di cercare, di continuare a cercare, là fuori, fuori da quello spazio ovattato, foderato di cartoni per le uova che anestetizzava dal mondo. Meglio affannare, annaspare, andare alla deriva, andare in rovina, in malora, mendicare, sorridere con gli occhi a chi tutto questo lo aveva già previsto migliaia di volte piuttosto che crogiolarsi, farsi tentare, abbindolare, da quella puttana che chiamavano felicità, che avrebbe voluto i malcapitati solo per lei, che avrebbe preteso tutte le loro attenzioni, che avrebbe assopito il loro animo perverso, ammorbandoli coi suoi balsami ed i suoi unguenti. Questo, il verdetto. Per Trevor, che per un difetto di modestia credeva di essere normale, comune, privato di quella iettatura che era la felicità, riscoprirsi per quello che era, straordinario, l’uomo migliore che si potesse conoscere ed imitare, l’uomo più spettacolare che si potesse sognare di essere, questo significava abbandonare la ragione. L’aspetto più lusinghiero che quel mostro potesse assumere era certamente quello di una bella donna, dall’incarnato chiaro, dalle labbra voluttuose, dai colori vividi dell’adulazione. Ana lo volle mettere in guardia. Ma Trevor, ottenebrato dagli olezzi di quel corpo e dalle sue fragorose risa alcoliche, si stava già allontanando, sempre di più, da quella mielosa condizione, come un meteorite che sfugge all’attrazione della sua orbita e vaga, libero, nello spazio freddo e profondo. Infuriava in lui la tempesta dei sensi che nessuna donna avrebbe mai appagato. Sensi che si sarebbero assopiti fino all’atrofia in un altro individuo. Ma non in lui. Non in lui che aveva paura di esporsi, di esprimersi. Che credeva che le cose davvero importanti non andassero dette perché le parole ne avrebbero vanificato il senso. Poi però succedeva che, in certi momenti, il bisogno di mostrarsi vulnerabile, di aprirsi a qualcuno era troppo grande. Come in quell’attimo sospeso con la chiaroveggente, alticcia ma sicura delle sue predizioni. Allora cadeva nell’errore di farsi leggere la mano o i pensieri o il suo passato o l’anima. In quei casi si sentiva un perdente, perché aveva permesso a qualcun altro all’infuori di lui di conoscerlo veramente. Lasciò la donna seduta sul bordo del fetido marciapiede e si allontanò nelle prime luci dell’alba, di nuovo alla ricerca del senso profondo delle cose. Di certo, l’unica cosa chiara in quella intricata faccenda era che la vita poteva cambiare da un momento all’altro. Trevor se ne sentì compiaciuto. Approfondimenti Sturm Und Drang The Besnard Lakes, And You Lied To Me, 2007. Mike Figgis, Via Da Las Vegas, 1995.
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Ultimo aggiornamento Martedì 05 Gennaio 2010 19:40 |
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